In questi giorni mi trovo in una parrocchia a 7 ore d’auto da San Paolo per un ritiro parrocchiale. Nel programma, tra le altre cose, una serata è dedicata a questa parabola: una scelta ardita perché è uno di quei brani che oramai si ode senza più ascoltare perché ‘già lo conosciamo’. E invece Moises, un signore con i capelli bianchi, mi si avvicina per dire: ‘è una vita che faccio parte della chiesa e non avevo mai capito questo brano: mi ha sconvolto’.
E mentre scorgo nei suoi occhi una luce penso che dovrebbe davvero sconvolgerci tutti perché in queste poche righe è raccontato un amore scandaloso, esagerato, folle… Gesù si trova a cena con pubblicani e peccatori e i farisei lo accusano. Come può – pensano – un profeta che si dice ‘vicino a Dio’ stare con quella gentaccia?
Per questo racconta tre parabole che sono un grande racconto dove la ricerca, il ritrovamento e soprattutto la festa rappresentano il grande filo conduttore. Nella terza è un figlio che se ne va. Chiede al padre la sua eredità e parte per un paese lontano. Qui sperpera tutto ciò che ha e è e si trova a non avere nessuno disposto a dargli un pezzo di pane. È senza soldi ma soprattutto senza più nessuno che si interessa a lui: una solitudine radicale profondissima. Per questo progetta di tornare a casa perché quel padre dal quale se ne è andato, almeno un pezzo di pane sarà disposto a darglielo.
Ed invece accade l’inatteso. Appena fa un passo verso casa – ma mentre si trovava ancora lontano – il padre lo vide e commosso gli corre incontro. Ossia non è il figlio che torna, è il padre che gli corre incontro. E lì chiede ai servi di portagli anello, vestiti, calzari. Gli abiti di chi ce l’ha fatta nella vita. E con lui torna a casa. Nessuno sa di quello che è successo se non quei servi e qui pochi intimi. Alla festa gli invitati pensano che questo figlio abbia fatto fortuna! E questo manda su tutte le furie il figlio maggiore. Quello che è rimasto a casa per forza e non per amore. Infatti si arrabbia e tira fuori l’amaro di un’intera vita: “è tanti anni che ti servo”. Un’accusa triste che punta il dito su chi invece dichiara: “il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita…” (Mt 10,45). E continua: “io non ho mai trasgredito a uno solo dei tuoi comandi”. Ancora un’accusa: ‘tu sei un padre che mi comanda e che pensavo di accontentare facendo il soldatino’. Ma poi arriva la terza e più feroce accusa: “non mi hai mai dato un capretto per fare festa con gli amici”. Ossia: ‘la vita con te è una tristezza, una vita che si può vivere solo per paura, per timore di perdere qualcosa’. Dunque questo figlio è rimasto in casa ma il suo cuore è più lontano di quello che appariva. E il Padre esce ancora, lo cerca ma non sappiamo se riuscirà a farlo tornare. Gli rivolge due frasi che siamo invitati ad accogliere anche noi che ascoltiamo: “figlio tu stai sempre con me” ed è questo il segno dell’amore: ‘non serve fare cose per me, ma riconoscere che possiamo vivere la vita insieme’.
E “tutto ciò che mio è tuo” perché la tua vita possa essere una vera festa. Una festa continua. E il non detto: ‘Perché non l’hai vissuta così? Cosa pensi di me?’
Dio nostro Padre quante volte anche noi come il figlio maggiore pensiamo che tu cerchi gente che ti obbedisce e non figli che amano la vita insieme a te. Tu ‘amante della vita’ e della festa manda su di noi il tuo Spirito perché, come Gesù, sappiamo sentirci davvero figli e con ‘le nostre cose’ organizzare sempre nuove feste per coloro che si sentono esclusi.
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